…E venne chiamata Due Cuori (di Marlo Morgan, Rizzoli editore)

Questo è il libro che mi ha salvata. Letteralmente. Ho capito subito che era diverso, prepotente e senza paura, quando si fece largo tra la moltitudine dei suoi simili sopra una bancarella a Volterra. Mi stava chiamando. Leggerlo è stato un balsamo, è venuto da me quando avevo più bisogno di lui. Il messaggio che racchiude era la cosa giusta al momento giusto.

Marlo Morgan è una professionista affermata che sceglie di trasferirsi in Australia per lavoro. Il suo progetto arriva alle orecchie di una tribù aborigena che decide di invitarla ad un banchetto. Marlo non sa che sta per abbandonare la vita cui da sempre è abituata. La tribù, che si fa chiamare la Vera Gente, l’accompagna nell’Outback australiano per quasi quattro mesi in un viaggio a piedi nudi in uno dei deserti più roventi al mondo. Durante la marcia forzata, di cui è estremamente grata, Marlo impara a chiedere all’Universo i mezzi per sopravvivere in condizioni tanto difficili, senza essere mai delusa. Torna alla sua Essenza, quella parte vicina a Dio che tutti noi possediamo e sentiamo quando c’è silenzio. Apprende la bellezza della vita priva delle maschere e degli obblighi che la società civilizzata impone. La Vera Gente la chiama Mutante perché è in continuo cambiamento -e allontanamento- dalla vera natura degli essere umani delle origini. Ma lei parte persona e torna Umana. Questo ritorno le fa guadagnare un nuovo nome, Due Cuori, a celebrazione della convivenza nel suo spirito di queste due metà.

 

Il romanzo, pubblicato la prima volta nel 1990 a spese dell’autrice, diventò uno dei libri più venduti per oltre 15 anni. Nacquero molte controversie circa la veridicità dei fatti narrati, basti pensare che alcuni aborigeni affermarono che nulla di quanto scritto dalla Morgan fosse reale. L’autrice dichiarò in seguito che la vicenda è interamente romanzata, nota chiarita nelle edizioni successive. Ammetto che venire a conoscenza di quest’ultima parte un po’ mi ha ferita, poi però l’ho riletto. E niente, mi sono emozionata ancora. Quindi non mi interessa che sia più o meno inventato, anche perché trovatemi uno scrittore -degno di tale nome- privo di fantasia. E qui, se l’avesse davvero usata, bisognerebbe solo darle un premio!

marlo

 

 

Bella Ciao (di Ninetta Pierangeli; Scatole Parlanti editore)

Qualcuno, nei giorni in cui ho toccato l’apice del pienone sulla scrivania, vedendo “Bella Ciao” insieme ad altri romanzi da recensire, ha detto: <<Va bé dai, sono solo 136 pagine!>>. É vero, ma quanto pesano queste 136 pagine?

Inizio col dire che sono belle. Belle davvero, come possono esserlo solo quelle intense, dure e, a tratti, anche crude. Se le mettete poi dentro una ricostruzione storica perfetta, siamo a posto. E Ninetta Pierangeli lo ha fatto.

Roma, anni 70. Il PCI ha superato la Dc alle amministrative.  Monica e Alberto ne sono felici e orgogliosi: alla campagna elettorale hanno contribuito pure loro. Due attivisti politici, dalla stessa parte, ma completamente diversi. Lui, figlio di un operaio e di una casalinga, innamorato del lavoro e della sua famiglia. Lei, borghese, figlia di genitori benestanti con casa di proprietà e futuro assicurato. Tra i due, è Monica la “dura e pura” che coinvolge l’altro nella politica, perché per lei amore e lotta rivoluzionaria esistono solo se intrecciati. Poi fanno la loro comparsa le Brigate Rosse e tutto cambia. Monica se ne va. Si unisce agli estremisti lasciandosi Roma, Alberto, e la sua famiglia, alle spalle.

Si incontrano ancora Alberto e Monica, moltissimi anni dopo. I loro percorsi sono un bellissimo romanzo di formazione perché tanto più Alberto si eleva riponendo la propria Fede in un ideale giusto per sè stesso, più Monica cade dentro la propria anima.

Alla fine, girata l’ultima pagina, é impossibile non farsi scappare una lacrima di commozione. La Pierangeli fa anche un altro regalo al lettore: la voglia di farsi delle domande. Perché diciamolo, tutti, almeno una volta nella vita, siamo stati un po’ Alberto e un po’ Monica. Qui sta il bello!

Recensione “Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà” di Luis Sepùlveda

Cari lettori, buongiorno e buon anno!!! Questo 2018 è iniziato col botto: ho qualcosa come una cinquantina di mail da leggere. Considerato che sono arrivate durante l’ultimo fine settimana e sono le più recenti in ordine di tempo, chiedo pazienza e perdono a chi mi ha inviato romanzi da recensire e recensioni da valutare. Mentre cerco il bandolo della matassa vi lascio con una recensione della mia amica Giuliana, anima sensibile. Abbiamo frequentato insieme un bellissimo corso di scrittura per il quale colgo l’occasione di ringraziare Angela Sabella e Massimo Angelo Rossi, maestri dal talento fine e le mie compagne: noi sì che siamo un bel gruppo! L’immagine del libro riportata in questo articolo è tratta da ilgiardinodeilibri.it

 

storia-cane-insegno-bambino-felicita“Cosa avrebbe potuto farci comprendere quanto la nostra cultura si stia allontanando dalle verità della natura, così come dalla parte più istintuale del sé, meglio del racconto di un cane?

E per di più di un cane che ripercorre la propria esistenza con una profondità al contempo lucida ed innocente, capace di generare un soggiacente imbarazzo in diversi rappresentanti della specie umana!

Insomma la scelta semplice e geniale di Sepùlveda di dare voce al fedele amico dell’uomo ci invita, con pronta eleganza, a riscoprire gli insegnamenti perduti della natura di cui, oggi più che mai, la civiltà contemporanea necessita in modo sostanziale.

Tra l’altro lo fa attraverso un racconto veloce, fugace, disimpegnato (apparentemente) così come piace a noi vittime e artefici della comunicazione mordi e fuggi.

Un vero e proprio cortometraggio letterario che in circa 70 pagine rievoca ciò che troppo spesso rimane silente, soffocata, umiliata: la dimensione sacra dell’esistenza.

Rendere ogni piccolo gesto una preghiera, ringraziare e scusarsi con la natura, gli animali, le cose, con ogni forma vivente.

Per ristabilire il legame sacro e misterioso con la vita, ritornando a sentirsi parte del tutto e non più elementi atomizzati e spesso alienati di un mondo che, con sempre maggiore fatica, riusciamo a sentire attorno e dentro di noi.

Una piccola, luminosa e provvidenziale lucciola letteraria che invita altresì a riflettere, sul legame di fedeltà che ognuno di noi deve alla speranza.”

Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro. (di Hisham Matar; Einaudi editore)

Non mi stancherò mai di sostenere che dalla penna di Hisham Matar esca magia. Nutro questo pensiero da quando, per la prima volta, ho letto qualcosa di suo e ora, che il suo scrivere ed il suo vissuto sono stati premiati col Pulitzer per la biografia e l’autobiografia, sono davvero emozionata e commossa. “Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro” è bellezza e struggimento, è la sua storia e la storia di suo padre.

Hisham nasce in Libia da una famiglia di dissidenti, suo nonno si ribellò al colonialismo italiano e suo padre creò molti problemi a Gheddafi. Quando Jaballa Matar, padre di Hisham, prese la decisione di trasferirsi in Egitto con la famiglia per proteggere i suoi cari, inizia la storia che porterà Hisham a stare lontano dalla  Libia per moltissimo tempo. Jaballa, infatti, viene consegnato dai servizi segreti egiziani a quelli libici e portato nella prigione di Abu Salim, “il nobile palazzo”, chiamata anche “l’Ultima fermata”, ossia il luogo di tormento per gli indesiderati dal regime che dovevano essere dimenticati. La famiglia scoprirà questa triste verità solo tre anni più tardi. Hisham, suo fratello e la loro madre conosceranno il Jaballa detenuto per mezzo delle poche lettere che egli riesce a far recapitare a casa, attraverso gli occhi di chi lo ha visto tra quelle mura e le orecchie di chi ha sentito la sua voce cantare poesie di notte. Improvvisamente di Jaballa non si sa più nulla e, alla liberazione di Abu Salim nell’agosto 2011, non è in nessuna cella. Alle persone che hanno incontrato suo padre da prigioniero, Hisham fa una sola domanda: è morto, mio padre?

Vuole sapere come ha vissuto, se ha sofferto, se lo hanno torturato, cosa ha provato. Ignorare come tuo padre è morto e dove, sfuma i confini. Non si possiede una grammatica per descrivere un padre scomparso.

“Il corpo di mio padre se n’è andato, ma il suo spazio è qui ed è occupato da qualcosa che non può essere considerato semplicemente un ricordo. E’ vivo e vitale. Come potrebbero la complessità dell’essere, la meccanica della nostra anatomia, l’intelligenza della nostra biologia, e lo sconfinato firmamento della nostra interiorità -pensieri, domande, struggimenti, speranze, bramosia e desiderio e le mille e una contraddizioni che ci abitano in ogni momento- avere una fine che si possa segnare con una data su un calendario? Del resto, ho sempre avuto questa sensazione. Ho sempre percepito il disagio dei funerali, l’indeterminatezza dei cimiteri, lo sconcerto di una lapide. Forse i monumenti e i rituali del lutto, religiosi e laici, nel corso della storia umana non sono che gesti falliti. I morti vivono con noi. Il dolore non è un libro giallo, o un rebus da risolvere, bensì un’impresa attiva e vibrante. E’ un lavoro duro, onesto.”

Solo dopo la caduta del regime il mondo viene a conoscenza dell’atrocità, fra le molte altre, voluta da Gheddafi. Il 29 giugno 1996, infatti, le guardie della prigione di Abu Salim e una parte dell’esercito libico, ricevono l’ordine di uccidere 1270 detenuti. I prigionieri vengono convocati a piccoli gruppi nei cortili dell’edificio e colpiti dall’alto con raffiche di proiettili e granate. I superstiti finiti con un colpo di pistola. Chi è rimasto in cella ha sentito i lamenti, le urla e gli spari per tutto il giorno. I corpi sono stati lasciati a marcire al sole per quattro giorni prima di essere gettati in una fossa comune. Molto probabilmente Jaballa era tra loro ma non si può affermare con sicurezza.

“Invidio l’irrevocabilità dei funerali. Bramo la certezza. Come dev’essere avvolgere le proprie mani intorno alle ossa, decidere come dare loro sepoltura, carezzare il tumulo di terra e recitare una preghiera.”

Hisham racconta la Libia per i libici ed il resto del mondo, una storia che merita ascolto. Racconta anche di noi italiani, di quel che abbiamo fatto a “casa sua” legittimati dal governo Mussolini. Lo dice alle nuove generazioni, colpevoli di ignorare questa triste pagina della nostro Paese, e lo fa senza rancore. Andrebbe letto solo per questo.

“Ci sono innumerevoli altre storie, ovviamente, relative a coloro che, nel corso dei tre millenni passati, hanno occupato la Libia: i Fenici, i Greci, i Romani, gli Ottomani e, più di recente, gli Italiani. Un libico che voglia dare un’occhiata a tale passato deve, come un intruso a una festa privata, entrare in tali libri con la piena consapevolezza che per la maggior parte non sono stati scritti da e per lui, e quindi sono, in buona sostanza, narrazioni che riguardano la vita degli altri, le loro avventure e disavventure in Libia, come se il proprio Paese non fosse che un’occasione per gli stranieri di esorcizzare i loro demoni e realizzare le loro ambizioni.”
il ritorno

Presente

Profonde sono le ferite

Il dolore si fa vivo,

si deve parlare di lui.

 

Non so dove andrò

mi fermerò per morire di fame

o continuerò a correre.

 

Passi svelti, leggeri

Ho voglia di sedermi

guardare fuori,  oltre

vedere che é finita.