Ho trent’anni e sono stanca.

Me ne stavo ranicchiata sul fondo di quella stanza, col pavimento freddo, immobile. Le gambe strette al petto, per non disperdere calore: volevo il buio, ma bramavo il gelo delle piastrelle sulle natiche per capire chi fosse il più forte. Avevo bisogno -un bisogno che sapeva di amaro e di fumo- di stare in silenzio e sentirmi, dopo molto tempo. Volevo concedermi il lusso della sofferenza, del dolore nascosto sul fondo di quella stanza. Conoscermi di nuovo, fare la conta del rimasto.

Ho trent’anni e sono stanca. Sono stanca di arrivare seconda, di non avere il tempo di capire chi sono e cosa voglio, perché devo ricominciare a correre. Devo correre per cercarmi un lavoro che dia stabilità all’instabile, devo correre per fare un figlio -che non arriva- e mi sento consumata due volte da qualcosa che nemmeno so come chiamare. Come si chiama il non riuscire ad avere un figlio e il non trovare comunque un lavoro che si perderebbe poi con la maternità? Devo correre.

Tra quanto tempo posso tornare sul fondo di quella stanza?

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