Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza (di Luis Sepùlveda; ed. Guanda)

La mia amica Giuliana, con la sua delicatezza, mi ha lasciato una recensione bella bella…

“Ho girato e rigirato attorno a questo libro per diverse settimane perché, dopo essermi innamorata del cane fedele di Sepùlveda, ero curiosa di sentire che cosa avesse da insegnarmi una lumaca.

D’altro canto temevo di correre il rischio di trovarmi di fronte ad un film già visto, per lo meno per quello che riguarda la struttura architettonica tipica della favola, che vede come protagonista questa volta proprio un invertebrato, alla ricerca di sé stesso.

A differenza del cane che ripercorre il proprio passato attraverso un monologo interiore, questa lumaca senza nome si trova però a confrontarsi con la propria tranquilla comunità di lumache alle quali pone fastidiose domande esistenziali: “Perché noi lumache siamo così lente? Qual è la nostra utilità nel mondo? Quale è il mio nome? Perché non ho un nome?”

E, come si conviene di fronte ai più struggenti interrogativi, ecco che la protagonista intraprende il proprio viaggio iniziatico.

Sarà grazie all’incontro con due tra gli animali naturalmente più flemmatici, il gufo e la tartaruga, che la giovane ricercatrice scoprirà che la propria lentezza è ciò che farebbe di lei la portatrice di una memoria atavica che trascende il presente. La memoria della storia dell’uomo e dell’universo, un fardello che legittimerebbe qualsiasi forma di rilassatezza e che, soprattutto, non tutti saprebbero sopportare …

La lentezza dunque, comunemente interpretata come pigrizia e anticamera dell’ozio, ritrova una collocazione di “naturale legittimità”.

L’urgenza di trovare risposte alla proprie domande profonde sarebbe inoltre ciò che, secondo la saggia tartaruga, farebbe della nostra lumachina una ribelle, non solo perché anticonformista nel porsi involontariamente in antitesi alla velocità che fagocita il presente ma, soprattutto, perché alla ricerca di un reale contatto con sé stessa al di là di quanto potesse o non potesse ritenere utile e buono la sua originaria comunità di lumache, ischeletrite da moribondi e miopi rituali.

E “Ribelle” diverrà così il suo nome.

Se poi volessimo aggiungere che, una volta presa coscienza del proprio nome e del proprio posto nel mondo, la piccola lumachina non farà altro che salvare l’intera comunità di lumache dal rischio di una cementificazione coatta ad opera dell’uomo, potremmo dire d’aver svelato proprio tutto, ma in realtà, ciò di cui non voglio parlare, non è tanto il cosa abbia compiuto la piccola protagonista, ma piuttosto con quale stile Sepùlveda abbia onorato e consacrato la magia della lentezza e il coraggio che in essa si può spesso celare.

A voi quindi il piacere di scoprire e godere questo piccolo momento d’arte …”

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