Il Prato delle Fate (estratto di “Nanga Parbat”)

La jeep subìva sussulti e strattoni ma non mollava, era allenata per quel percorso. I ripidi pendii si trasformavano in bellissime cascate in vista dell’Indo, da entrambi i lati declivi e imponenti baratri lungo una salita che sembrava interminabile. Il paesaggio brullo si addolcì solo a 2.800 metri di quota quando il primo verde ed i primi alberi iniziarono ad apparire come per magia. Gli occhi scuri di Anna frugavano curiosi ogni dettaglio, avidi di particolari da ricordare nel tempo che sarebbe seguito. Il cielo era limpido e abbassò il finestrino: le sembrava che l’aria avesse un profumo diverso da quella respirata nei trent’anni della sua vita. Allungò un braccio fuori, il naso non le bastava, aprì e richiuse la mano come a voler prendere un po’ di meraviglia tra le dita. Hans la osservava con tenerezza, rispettava quel momento. Sapeva cosa volesse dire per l’amica trovarsi davvero lì. Con molta delicatezza girò il viso dall’altra parte, quegli istanti dovevano essere solo per lei. Solo suoi. Anna nemmeno se ne accorse, assorta come era, se ne stava in silenzio completamente rapita dal paesaggio del Karakorum. Hans aveva previsto quella reazione, oramai la conosceva bene: una volta giunti al sentiero che portava al campo base, non restava che imboccarlo. Mancava solo un quarto d’ora d’auto. Ed erano i quindici minuti più lenti che avessero mai vissuto fino a quel momento. Tutta l’attrezzatura era nel bagagliaio e la lista degli oggetti necessari,  rovinata dai continui controlli, giaceva piegata con cura nella tasca della giacca di Hans. L’apprezzava molto quando si sorprendeva a rileggerla: lista molto corta voleva dire poche cose da portarsi appresso. “Poche ma essenziali”, ripeteva a sé stesso.

Il veicolo si fermò. Anna, di nuovo desta dopo la piccola trance, scese con delicatezza. Aveva modi gentili che conquistavano ogni persona nel raggio della sua aura e fu per la spontanea empatia nata tra i due che Hans la prese sotto la sua ala alla scuola sudtirolese dove era maestro di sci e guida alpina. L’autista venne pagato dopo aver scaricato l’auto. Hans tirò fuori dalla tasca il foglio per l’ultima volta e sorrise nel constatare che non mancava nulla. I permessi necessari alla loro permanenza in quel luogo erano al sicuro insieme al resto dei loro bagagli. Gli sci, insieme alle tende, costituivano l’unica parte visibile di quel che avevano portato dall’Italia. Salutarono l’autista, che partì per un altro turno, per altri alpinisti che attendevano. Anna si fermò, guardandosi intorno. Non ci credeva, Hans lo sapeva, eppure erano lì, esattamente nel luogo di cui parlavano da mesi. Hans si avvicinò: <<Ci siamo, adesso si inizia. Respira…pensa che l’hai già fatto un sacco di volte sulle Dolomiti e sulle Alpi. Respira.>>.

La giovane donna cacciò giù una boccata d’aria e rispose:  <<So quel che sto facendo.>>. Modi gentili e grande temperamento. Apprezzava i consigli ma la indispettiva molto quando non erano richiesti.

Il sentiero non si presentava difficile, al contrario emanava qualcosa di romantico immerso nella foresta di cembri. Dedicarono l’intera giornata a quella marcia. Quel che  li attendeva dopo era ben lontano dall’essere facile.

<<Sento il sangue che arriva in ogni cellula, ci credi?>> disse Anna mettendo un piede dopo l’altro verso la meta, “ecco, è tornata in sé”, pensò Hans. Per un lungo momento la scalatrice respirò piano ad occhi chiusi, l’aria in circolo sembrava donarle una forza diversa da quella fisica. Allargando le braccia descrisse due semicerchi simmetrici e sorrise, un sorriso puro e sincero. Hans la guardava sorridendo a sua volta. “Sono fortunato ad essere tuo amico e ad essere qui con te”. Si fermarono qualche istante e ripresero a camminare. In silenzio.

Esistono momenti in cui solo il silenzio è degno d’accompagnarti. Il sentiero sfociò in un incanto della natura: Fairy Meadows, il Prato delle Fate. Situato in una valle morenica, sembra essere stato messo lì dalla Mano che aiuta sempre gli audaci. I fiori profumano e colorano tutto, i canti degli uccelli vivacizzano il fruscìo del vento, persino l’acqua  dei ruscelli è limpida e non ha il colore lattiginoso di quella che scorre vicino ad altri giganti montuosi. Aveva un che di rassicurante quel posto. Hans sentiva Anna dietro di sé, si girò vedendo sul volto dell’amica lo stupore che colse solo sul viso dei suoi figli la prima volta che si travestì da Babbo Natale, alcuni anni prima. Questo prato si trova a 4.000 metri d’altezza sopra lo zero, davanti ad un imponente precipizio di ghiaccio: alto anch’esso quasi 4.000 metri, è la parete nord del Nanga Parbat. Dal campo all’attacco del gigantesco muro c’è un’ora buona di cammino e, grazie alla distanza, le continue slavine giungono all’orecchio con un fragore attutito. Guardare quella montagna fece salire loro le lacrime agli occhi, li annientò da dentro. Hans tuttavia non diede alcun segno di emotività all’esterno e, nella sua testa, prese a valutare l’insieme con occhio esperto. Non si trattava del suo primo ottomila ma Anna si sentì piccola e presuntuosa: la sfida che stavano per lanciare sarebbe stata certamente raccolta e l’avversario aveva una reputazione severa. Nanga Parbat significa “montagna nuda” in lingua Urdu e gli stessi sherpa la chiamano “la mangiauomini” o “montagna del Diavolo”,  sono numerosi gli uomini che non hanno fatto ritorno a casa dopo averla vista da vicino. La via di salita scelta era quella che sale dalla parte a nord-ovest, la parete Diamir del Nanga. È la via normale e consiste in una base rocciosa con ghiaccio e neve nella parte superiore. Vicino alla vetta , un magnifico capolavoro di ghiaccio pensile e creste di neve cesellate da un orafo scendono liberamente: cornici, costoni nevosi e canali dalla forma stupenda, già da soli, sono da considerare opere d’arte. Una meraviglia di Madre Natura, scolpita da sole e bufere. Di fronte a loro, in direzione nord-est, il Chongra Peak centrale e meridionale regalò una visione delle sue cime mentre a sinistra faceva capolino la punta del Chongra Peak settentrionale. Il sole morente  illuminò tutto e verso valle, i brillanti giganti nevosi del Karakorum porsero il loro benvenuto tingendosi di rosso. Gli occhi erano umidi d’emozione e fu con molta difficoltà che voltarono le spalle al massiccio della montagna per piantare le tende.

Quando anche l’ultimo picchetto prese il proprio posto, Anna si concesse un momento di ritiro. Prese una piccola coperta e la aprì poco lontano dalla tenda. Il tessuto impermeabile impediva all’umidità di farsi largo fino alla pelle e senza il pensiero del bagnato si rilassò completamente. I rumori di Hans che si preparava per andare a dormire suonarono famigliari. Quante notti in rifugi e bivacchi avevano passato insieme negli ultimi quattro anni? Troppe per contarle. Finalmente era li, sotto il Nanga Parbat. Il gigante della sua infanzia. In cielo le stelle iniziarono a brillare, il crepuscolo himalayano sembrò lavare via la malinconia.  Chissà cosa avrebbe detto il nonno se fosse stato accanto a lei sopra quella stretta coperta. Il nonno…lui si che era un alpinista vero. Di quelli nati e cresciuti tra le rocce da scalare e le vette da vivere, non da vincere. Di quelli che capiscono che la vetta ti appartiene solo quando sei tornato in basso, fino a quel momento sei tu che appartieni ad essa. Ripensò all’ultima chiacchierata fatta prima dell’incidente che lo portò via. Strana la vita: il nonno aveva raggiunto molte volte la cima di monti difficili senza che questi ultimi chiedessero un tributo doloroso. Era sempre tornato a casa e basta. Calde lacrime presero a scorrere sulle guance. La mancanza la divorava dentro, il buco nero che nessuna ascensione riusciva a colmare. Suo nonno la iniziò all’alpinismo portandola con sé alla palestra d’arrampicata, lei era piccola ma ricordava bene con quanta destrezza il nonno infilava l’imbragatura, maneggiando moschettoni e corde per creare nodi perfetti. Iniziò a ridacchiare tra sé con affetto quando gli venne in mente con quanta malagrazia, a volte, la nonna  –della quale portava il nome- sistemava gli attrezzi da montagna di suo marito sostenendo che quell’inutile ferraglia le occupasse tutto l’armadio. Non era vero, chiaramente, si smentiva da sola quando Anna la sorprendeva a tenerla pulita e in ordine di nascosto, l’odiata ferraglia. Solo lei sapeva quante altre volte l’avesse fatto. Prima di partire per il Pakistan diretta alla sua montagna, la nonna le consegnò un gagliardetto e lei capì perfettamente quanto dovesse esserle costato: i bordi erano verdi, il colore che il nonno amava, il fondo era bianco. Glielo donò con cieca fiducia: credeva fermamente che la nipote ce l’avrebbe fatta a camminare in piano a 8.125 metri sopra il livello del mare. Niente come la sofferenza denuda l’anima di ogni protezione e il gigante che le stava davanti parve sentire il cuore puro che s’accingeva a scalarlo: il Nanga Parbat rispose con una slavina potente che il fragore, seppur ovattato, giunse bello chiaro.

La parete bianca l’aveva conquistata. Ci sarebbe stato tutto il tempo per le emozioni e presto il sonno ebbe la meglio, senza preavviso. Il viaggio dall’Italia ancora pesava e non aveva mai avuto un vero momento di riposo mentale. Una piccola tempesta emotiva esplose insieme alla stanchezza fisica. Si alzò poco dopo, con movimenti da sonnambula ed entrò nella tenda. L’invitante sacco a pelo la accolse con un caldo abbraccio e fu oblio.

La mattina seguente Hans si svegliò di buon’ora, fece colazione da solo e si diresse nei presi di un fiumiciattolo per sciacquarsi il viso. Prima di allontanarsi buttò uno sguardo alla tenda di Anna, la sentì tossicchiare e si rallegrò costatando che era riuscita a dormire profondamente. La passeggiata fino all’acqua corrente gli servì per gustarsi il paesaggio: l’armonia regnante lì attorno fu un balsamo per lui. Sebbene davanti ad Anna assumesse il ruolo di guida, alpina e umana, anche lui soffrì molto la perdita. Salire sui monti rende consapevoli che puoi pagare un caro prezzo, a volte il più alto di tutti, ma perdere la vita in un incidente è qualcosa che non pensi possa capitare a te. O a chi hai vicino. Si sedette in riva al fiume allungando le gambe e tendendo le braccia all’indietro, per fare da appoggio al busto. Il sole stava per sorgere e un vento frizzante annunciò il nuovo giorno. Gli venne in mente quando, ai piedi della Cima Grande di Lavaredo, Cristian fece l’ingresso nella sua vita. Sorrise. Quella lontana mattina lo aspettava una salita col compagno storico di cordata che tuttavia non si presentò. Avrebbe superato l’esame di guida alpina l’anno seguente, ancora non esistevano telefoni cellulari e non poteva sapere come un’influenza improvvisa avesse costretto a letto Peter. Se ne stava lì a perdere tempo imprecando sonoramente ma, quando decise di andarsene, una coppia di alpinisti apparve. Il ricordo dell’amico scomparso gli fece salire un groppo in gola. Dopo le presentazioni, Cristian gli chiese se volesse unirsi alla cordata. E così fu. Quei metri di una delle vie di roccia più ripide delle Dolomiti segnarono l’inizio di una grande amicizia, in alto come in basso. Si allontanò dal ricordo con uno sforzo di volontà e allungò la mano per toccare l’acqua. La frescura del liquido miracolosamente limpido sembrò volerlo svegliare dal torpore. Si alzò e riprese il cammino verso le tende. <<Buon giorno. Mi stavo chiedendo dove fossi finito.>>, Anna gli offrì il sorriso stiracchiato di chi si è appena svegliato. Hans le rise in faccia di gusto, <<Ma smettila! Sei uscita ora dal sacco a pelo! Quanto sei bugiarda!>>  e rise, rise tanto. Anche lei si unì alla risata, ignorando che per l’amico fosse come una liberazione dal senso di impotenza di poco prima. Il resto della mattina venne dedicato al dolce far nulla, dovevano riprendere un po’ di forza ed iniziare a stendere un piano d’attacco alla parete. Entrambi provavano un grande rispetto per Madre Natura e da tempo avevano adottato lo stile alpino d’arrampicata. È uno stile semplice quanto duro: si arriva, si sale, e si scende in tempi veloci. Consiste in una cordata di due o tre scalatori che portano da sé il necessario per condurre l’impresa e la salita si svolge in un unico momento. Nessun portatore rischia di essere sacrificato con questo metodo e l’assenza di bombole d’ossigeno consente a pochissimi scalatori di tentare la montagna, garantendo anche la salvaguardia ambientale della stessa dai rifiuti che non vi vengono abbandonati. Non tutti sanno che sull’Everest, tanto per citare un nome importante, esiste la più alta discarica del mondo. Bombole vuote dovunque, tende ed altre attrezzature non più utilizzabili sono state abbandonate per anni a metri e metri di quota. Anna e Hans avevano abbracciato la scuola di pensiero di Reinhold Messner, padre dello stile alpino, per il quale ha più importanza raggiungere la vetta in modo pulito che picchettarla con una qualche bandiera. Le montagne sono passate dall’essere la dimora degli Dei all’essere meta di uomini privi di umanità. Hans ne soffriva molto, e cercava di proporre ai suoi clienti montagne non molto battute per evitare che si facessero un’idea sbagliata di cosa significhi incontrare un massiccio delle Alpi o delle Dolomiti. Si risentiva all’inverosimile quando vedeva alcuni suoi colleghi trattare i clienti come pezze da piedi per salire e scendere in tempi record solo per poter prendersi carico di altre compagnie: più salite equivalevano a più soldi. Non concedevano il tempo di viversi la montagna, avevano perso la magia e l’entusiasmo di fare quel mestiere. Ora lui era lontano e non avrebbe permesso a pensieri amari di rovinare l’esperienza himalayana. Anche questo era uno dei motivi per i quali decise di seguire la giovane amica in Pakistan: Anna aveva intrapreso il viaggio col cuore colmo di speranza e amore.

In quei due giorni presero anche confidenza con il fazzoletto di terra che li ospitava, giusto per abituare il corpo all’ossigeno più rarefatto. Camminare a quella altezza sapendo di essere solo all’inizio della scalata vera e propria era cosa strana. Per quanto un alpinista possa essere esperto, quel pensiero li fece riflettere molto e il Nanga, da qualsiasi parte lo si guardi, ha un dislivello di 4000 metri, molto più dell’Everest per capirci. Entrambi avevano letto molto sulla montagna mangiauomini, visto documentari e parlato con colleghi che l’avevano affrontato prima di loro. Alcuni parlarono di rinuncia, altri di vittoria, ma l’essenziale rimaneva sempre lo stesso: arriva solo chi riceve la benedizione del gigante. Il Nanga Parbat conosce molti modi per prendersi la vita di chi osa sfidarlo. Dovettero metterlo in conto. Hans continuò a fissare questi punti nella mente ma sull’altro piatto della bilancia della prudenza c’era una gran voglia di stare accanto all’amica.

Anna Bellini giunse alla sua scuola molto giovane insieme a suo nonno, Cristian, l’uomo che conobbe durante una scalata alle Tre Cime di Lavaredo e col quale ogni momento in verticale era buono per ritrovarsi. “In montagna vai solo con amici di cui ti fidi ciecamente” divenne presto il loro credo. Le amicizie che nascono in montagna non hanno mai fine perché quando la tua vita dipende dalla capacità del tuo compagno di cordata di piantare un chiodo, non riesci a dubitare di lui. Non puoi. Era quello il motivo per il quale Hans stava al Prato delle Fate: amicizia. Nella carriera costruita negli anni non pensò mai di aggiungere un ottomila per puro sentimento umano. “Proteggere quella testarda e timida ragazza, impedirle di farsi del male, aiutarla nell’impresa”, era la promessa silenziosa fatta a Cristian quando l’amico si congedò dal mondo per la Vetta più alta di tutte.  Guardò la chioma bruna dell’amica, un contrasto nel verde apparentemente privo di preoccupazioni. Di lì a qualche giorno avrebbero iniziato a salire un po’ per acclimatarsi gradualmente e scongiurare il mal di montagna. La lasciò spesso tranquilla, immersa nei propri pensieri. Non parlavano molto e Hans sapeva che quella quiete silenziosa copriva una mente rumorosa. Oramai la ragazza la conosceva bene. L’aveva vista crescere, diventare donna e scalatrice. Fu lui ad insegnarle a sciare e lavorando costantemente quel talento, unito al naturale istinto del rocciatore ereditato dal nonno, adesso si trovava in compagnia di una funambola d’alta quota. I tratti fini e dolci di Anna, il fisico esile e i modi gentili potevano appartenere all’immaginario collettivo di un principessa, di una fata, forse di un’artista, ma non di un‘alpinista. Eppure lo era, e per giunta brava. <<Ehi Hans! Dobbiamo iniziare a preparare l’attrezzatura.>>, la voce dell’amica gli giunse chiara e decisa. Il momento era arrivato. <<Quando sei pronta….>>, fu la risposta semplice che le diede. Anna respirò a fondo, si sentiva bene. Le ultime quarantotto ore spese tra i ricordi, cercando di manipolare la mente per non arrendersi, iniziavano a dare frutti.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...