Più salgo più valgo (estratto di “Nanga Parbat”)

Il bianco che c’è lassù non ha nulla a che fare con l’innocenza.

Me ne resi conto tardi, benché i segnali lungo la strada fossero stati chiari. Compresi d’aver raggiunto la vetta perché mi ritrovai a camminare in piano. Così, banalmente, di colpo. Possibile che tutto il mio lavorare, il mio prepararmi, il mio perdermi, dovessero finire con una manciata di passi in orizzontale? Non seppi rispondere.

Non che la domanda me la feci in quel momento ma arrivò inesorabilmente dopo, quanto dopo non saprei dire, ma ricordo che sussultai nella vasca da bagno di casa mentre veniva via l’ultimo lembo di pelle bluastra dell’alluce sinistro. Il blu del freddo, della solitudine, della paura di non tornare, del dolore per chi avevo visto cadere. Più in alto sali e più devi aprire gli occhi per rubare a Madre Terra quanto possibile. “Una montagna è veramente tua quando ti permette di scendere”, questo disse mio nonno la prima volta che mi aiutò ad allacciare un’imbragatura: il mio battesimo dell’altezza. Avevo nove anni. Lui, il nonno, era il mio confidente, l’alleato più valoroso, la mia guida. Il mio amico.

Lì, sul tetto del mondo, sulle mie gambe, nei miei occhi e nel mio cuore, c’erano tutti loro.

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