Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro. (di Hisham Matar; Einaudi editore)

Non mi stancherò mai di sostenere che dalla penna di Hisham Matar esca magia. Nutro questo pensiero da quando, per la prima volta, ho letto qualcosa di suo e ora, che il suo scrivere ed il suo vissuto sono stati premiati col Pulitzer per la biografia e l’autobiografia, sono davvero emozionata e commossa. “Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro” è bellezza e struggimento, è la sua storia e la storia di suo padre.

Hisham nasce in Libia da una famiglia di dissidenti, suo nonno si ribellò al colonialismo italiano e suo padre creò molti problemi a Gheddafi. Quando Jaballa Matar, padre di Hisham, prese la decisione di trasferirsi in Egitto con la famiglia per proteggere i suoi cari, inizia la storia che porterà Hisham a stare lontano dalla  Libia per moltissimo tempo. Jaballa, infatti, viene consegnato dai servizi segreti egiziani a quelli libici e portato nella prigione di Abu Salim, “il nobile palazzo”, chiamata anche “l’Ultima fermata”, ossia il luogo di tormento per gli indesiderati dal regime che dovevano essere dimenticati. La famiglia scoprirà questa triste verità solo tre anni più tardi. Hisham, suo fratello e la loro madre conosceranno il Jaballa detenuto per mezzo delle poche lettere che egli riesce a far recapitare a casa, attraverso gli occhi di chi lo ha visto tra quelle mura e le orecchie di chi ha sentito la sua voce cantare poesie di notte. Improvvisamente di Jaballa non si sa più nulla e, alla liberazione di Abu Salim nell’agosto 2011, non è in nessuna cella. Alle persone che hanno incontrato suo padre da prigioniero, Hisham fa una sola domanda: è morto, mio padre?

Vuole sapere come ha vissuto, se ha sofferto, se lo hanno torturato, cosa ha provato. Ignorare come tuo padre è morto e dove, sfuma i confini. Non si possiede una grammatica per descrivere un padre scomparso.

“Il corpo di mio padre se n’è andato, ma il suo spazio è qui ed è occupato da qualcosa che non può essere considerato semplicemente un ricordo. E’ vivo e vitale. Come potrebbero la complessità dell’essere, la meccanica della nostra anatomia, l’intelligenza della nostra biologia, e lo sconfinato firmamento della nostra interiorità -pensieri, domande, struggimenti, speranze, bramosia e desiderio e le mille e una contraddizioni che ci abitano in ogni momento- avere una fine che si possa segnare con una data su un calendario? Del resto, ho sempre avuto questa sensazione. Ho sempre percepito il disagio dei funerali, l’indeterminatezza dei cimiteri, lo sconcerto di una lapide. Forse i monumenti e i rituali del lutto, religiosi e laici, nel corso della storia umana non sono che gesti falliti. I morti vivono con noi. Il dolore non è un libro giallo, o un rebus da risolvere, bensì un’impresa attiva e vibrante. E’ un lavoro duro, onesto.”

Solo dopo la caduta del regime il mondo viene a conoscenza dell’atrocità, fra le molte altre, voluta da Gheddafi. Il 29 giugno 1996, infatti, le guardie della prigione di Abu Salim e una parte dell’esercito libico, ricevono l’ordine di uccidere 1270 detenuti. I prigionieri vengono convocati a piccoli gruppi nei cortili dell’edificio e colpiti dall’alto con raffiche di proiettili e granate. I superstiti finiti con un colpo di pistola. Chi è rimasto in cella ha sentito i lamenti, le urla e gli spari per tutto il giorno. I corpi sono stati lasciati a marcire al sole per quattro giorni prima di essere gettati in una fossa comune. Molto probabilmente Jaballa era tra loro ma non si può affermare con sicurezza.

“Invidio l’irrevocabilità dei funerali. Bramo la certezza. Come dev’essere avvolgere le proprie mani intorno alle ossa, decidere come dare loro sepoltura, carezzare il tumulo di terra e recitare una preghiera.”

Hisham racconta la Libia per i libici ed il resto del mondo, una storia che merita ascolto. Racconta anche di noi italiani, di quel che abbiamo fatto a “casa sua” legittimati dal governo Mussolini. Lo dice alle nuove generazioni, colpevoli di ignorare questa triste pagina della nostro Paese, e lo fa senza rancore. Andrebbe letto solo per questo.

“Ci sono innumerevoli altre storie, ovviamente, relative a coloro che, nel corso dei tre millenni passati, hanno occupato la Libia: i Fenici, i Greci, i Romani, gli Ottomani e, più di recente, gli Italiani. Un libico che voglia dare un’occhiata a tale passato deve, come un intruso a una festa privata, entrare in tali libri con la piena consapevolezza che per la maggior parte non sono stati scritti da e per lui, e quindi sono, in buona sostanza, narrazioni che riguardano la vita degli altri, le loro avventure e disavventure in Libia, come se il proprio Paese non fosse che un’occasione per gli stranieri di esorcizzare i loro demoni e realizzare le loro ambizioni.”
il ritorno

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