Vivere a Colori (di Cristian Bonaldi, edizioni Paoline)

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Scrivo più volte un articolo prima di pubblicarlo. Tutti i miei scritti sono ragionati, questo no. Non è una scelta fatta perché lo ritengo meno importante di altri, al contrario è l’unico ad essere diventato parte di me. Ho deciso di scrivere di getto, col cuore davanti, ignorando tecnicismi ed analisi sui quali mi soffermo sempre. Non è una recensione, è un pezzo di vita, quindi leggetelo come tale.

La storia di Angelica mi era già arrivata all’orecchio anni fa. Ne avevo sentito parlare di sfuggita da qualcuno, non ricordo nemmeno da chi, ma non me ne ero curata: era un periodo della mia vita in cui addossarmi le tristezze altrui mi infastidiva, le mie mi bastavano. Avevo perso tre persone che amavo in rapida successione, come poteva toccarmi la storia di una ragazza morta lontano da me? Non lo so, ma l’ha fatto. Molto tempo dopo, certo, e questo “molto” significa tempo denso, non tempo lungo. Già, perché è stato tempo di crescita e di risposte, usato per capire cosa fosse rimasto dopo tanto camminare senza sapere dove andare. Angelica è (ri)entrata nella mia vita in punta di piedi, per una fortuita serie di coincidenze (che non esistono ma non scendiamo in opinioni personali) e l’ho “scoperta”, dandole finalmente tutto il peso che meritava. Quanto ho letto di lei ha coronato quel che ho capito della vita, il famoso tempo denso di qualche riga fa. Lei è l’unica persona che mi dispiace d’aver conosciuto troppo tardi, anche se questo ritardo non mi ha impedito di volerle bene e sentire una forte mancanza. Angelica non è soltanto una piccola grande donna ma è anche la parte migliore delle persone buone. Ogni tanto bisogna scavare per trovarla ma c’è e lei aveva già tutto lì, in bella vista. Angelica ha una missione: illuminare la strada per quella parte migliore. Non ha assolutamente finito di farlo perché è morta, altrimenti non saremmo qui a parlarne e scriverne, lo fa solo in modo diverso. Certo, fa male e chi ha perso un figlio o un amico può davvero avvicinarsi a capire ma il dolore, nel senso esteso del termine, è sempre uguale per tutti, qualsiasi sia la perdita. Siamo umani e infuriarsi per una sofferenza non richiesta è un dovere cui dobbiamo sottostare. Quando vi capiterà tra le mani il libro “Vivere a Colori” lo leggerete senza pensare, sarà emozione pura. A me è arrivato un forte e chiaro non sei sola ad ogni riga. Angelica vibra d’amore ed è proprio vero che a questo mondo simile attrae simile perché è circondata da persone molto belle. Dalle parole di amici e parenti ne esce un ritratto fine e delicato, sembra davvero di aprire la porta e farla entrare in casa: è viva ed è la ragazza che abita vicino a te. Mi sono chiesta moltissime volte se fossi all’altezza di parlare di lei, la risposta è no però sento che regalare ad altri, inclusa me stessa, l’insegnamento di accettare tutto ciò che l’esistenza offre è il modo più giusto di onorarla. Mi sento solo di dire GRAZIE a questa grande donna per il suo Essere, il suo insegnare e il suo dire sì alla vita, qualsiasi colore essa abbia.

Danny l’eletto (di Chaim Potok, Garzanti editore)

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Cosa potrebbe succedere se il figlio di un ferreo chassid incontrasse su un campo da baseball il figlio di uno studioso del Talmud? Potok ha provato a rispondere a tale domanda e ne è uscito un romanzo che mi ha piacevolmente colpita. I due ragazzi, protagonisti di questa bella storia, sono entrambi ebrei ma di due comunità religiose diverse che si sono sempre guardate reciprocamente con sospetto. Il tutto ha inizio grazie ad una partita organizzata dalle scuole di Reuven Malter e Danny Saunders. La sorte vuole che Reuven sia colpito con violenza ad un occhio proprio dalla palla tirata da Danny. Poteva andare male, scaturirne una serie di conseguenze disastrose, invece il ragazzo guarisce perfettamente e l’occhio si salva. Sentendosi colpevole e dispiaciuto per l’accaduto, Danny va spesso a trovare il coetaneo in ospedale e ne nasce un legame molto forte e inaspettato. Grazie all’amicizia scopriranno luoghi segreti nei cuori dei loro padri, cosa significhi essere allevati nel silenzio e che percorrere la propria strada è la missione divina di ognuno di noi. Potok ha una scrittura limpida e la sua penna leggera non annoia mai, nemmeno nei passaggi dove concede approfondimenti al servizio del lettore, che con un altro autore sarebbero stati scogli belli alti.

Io sono Malala (di Malala Yousafzai, Garzanti editore)

Ho trovato alquanto difficile parlare di questo libro. L’ho letto tardi, qualche anno dopo la pubblicazione, sebbene mi fossi promessa di leggerlo prima. Per parlarne meglio mi sono chiesta: chi è Malala? Malala è una bambina. Una bambina fortunata, direi. Fortunata perché nata in Pakistan in una famiglia che rispetta il suo volere, le sue ambizioni, i suoi sogni. Una condizione non scontata nemmeno in quella parte di mondo definita “giusta”. Lei studia senza sosta, ama andare a scuola e comprende, grazie ad un padre meraviglioso, che saper usare una penna può davvero cambiare il mondo. Il suo mondo, in questo caso. Quello del Pakistan talebano, nel quale le donne sono costrette ad indossare il burqa e non è consentito loro uscire di casa senza il marito o un parente maschio, dmalalaove studiare e ricevere l’istruzione necessaria ad allontanarsi dalla paura generata dall’ignoranza è peccato mortale. Così Malala decide che battersi affinché i bambini, e le bambine in particolar modo, vadano a scuola sarà la missione della sua vita. Ma Malala diventa pericolosa e scomoda, parla e scrive troppo denunciando agli occhi del mondo ciò che il regime talebano, col benestare del governo pakistano, sta portando avanti. I talebani allora scelgono la via sicura, e senza onore, di uccidere la bambina. Le sparano in testa mentre sta tornando a casa da scuola. Ma Malala è una bambina fortunata: nonostante la ferita sia molto grave, ce la fa. La sua popolarità smuove le più alte cariche di molti Paesi e, dopo i primi soccorsi avuti in Pakistan, arriva in Inghilterra dove si riprende del tutto e continua la propria missione. I suoi genitori hanno fede, credono fermamente che il buon Allah restituirà loro la figlia di un tempo e hanno ragione. Nel 2012 vede la luce il Malala Fund, un’organizzazione che dedica progetti educativi in tutto il mondo e nel 2014 Malala è il premio Nobel, attribuitole per la Pace, più giovane della storia. La sua è una vita che merita di essere letta, un incontro tra atti di fede, gratitudine e coraggio.