Un cappello pieno di ciliege (di Oriana Fallaci, Rizzoli editore)

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Questo bambino (Oriana si riferiva così ai suoi romanzi) è quello più complesso, articolato, ragionato. In una parola sola: voluto. Parla di lui ne La Rabbia e l’Orgoglio: “La vigilia della catastrofe (l’11 settembre 2001) pensavo a ben altro: lavoravo al romanzo che chiamo il-mio-bambino. […] Un bambino molto difficile, molto esigente, la cui gravidanza è durata gran parte della mia vita d’adulta, il cui parto è incominciato grazie alla malattia che mi ucciderà, e il cui primo vagito si udrà non so quando. Forse quando sarò morta.” Ed è andata proprio in questo modo. “Un cappello pieno di ciliege” è l’unico romanzo postumo di Oriana. Della sua pubblicazione si è occupato Edoardo Perazzi, nipote dell’autrice, che alla fine della faticosa opera, ha voluto raccontare la storia di questa saga famigliare. Si tratta di romanzo diviso in quattro parti, ciascuna narrante di un ramo di un intricato albero genealogico, con il riferimento costante ad una cassapanca contenente i ricordi ed i cimeli di cinque generazioni: la cassapanca di Ildebranda, antica ava bruciata viva dall’Inquisizione perché scoperta a cucinare carne in Quaresima. Grazie a quanto racchiuso nel legno vecchio, ai racconti dei famigliari ancora in vita e alle ricerche eseguite con foga, Oriana ricostruisce i passaggi di tempo e le vite che hanno portato alla sua nascita. Nel 2006 chiama il nipote e gli consegna il testo nella versione da passare all’editore con indicazioni precise: controllare errori di battitura; tenere conto di tutte le correzioni a mano, in particolare quelle della quarta parte, che lei non era riuscita a ricopiare a macchina come aveva fatto per il Prologo e le altre tre parti; utilizzare il titolo UN CAPPELLO PIENO DI CILIEGE così come compare scritto a mano da lei sulla cartellina che conteneva il dattiloscritto, e mantenere il sottotitolo UNA SAGA; scegliere una copertina puramente grafica, dal lettering semplice ma d’impatto. I suoi desideri sono stati esauditi tutti. Dopo le parole di Perazzi troviamo quelle dell’editore, parole commosse e attente nel dire come di Oriana sia stato rispettato tutto: le sue inflessioni dialettali, la tanto cara espressione “come vedremo” e gli anacronismi. Si tratta di un romanzo impegnativo dove storia e fantasia si fondono in una corrente uniforme che rende difficile staccare gli occhi dalle pagine.

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